alternative rock, dark synth pop, smoky raspy female vocals, hypnotic driven bass, gritty electric guitars, punchy drums, cinematic, emotional tension, intense chorus, mid-tempo.
5:04
alternative rock, dark synth pop, smoky raspy female vocals, hypnotic driven bass, gritty electric guitars, punchy drums, cinematic, emotional tension, intense chorus, mid-tempo.
4:49
Policy version: pending
Prompt:
C’era una voce nel buio che sapeva parlare con la mia solitudine. Non aveva volto, ma conosceva tutte le mie ferite. Mi disse: “Non devi più sentire niente.” E io… che avevo paura di sentire, le ho aperto la porta. Entrava piano nelle crepe della notte, come un inverno senza neve, mi accarezzava le cicatrici dicendo che nessuno le avrebbe più viste. Mi vestiva di stelle artificiali, mi metteva un sole dentro agli occhi, e per qualche istante sembrava davvero di essere invincibile. Non c’erano più domande, non c’erano più fantasmi, solo un regno senza dolore costruito sopra le macerie. Ma ogni paradiso ha un prezzo quando il diavolo ne custodisce la porta, e io pagavo con giorni, con sogni, con pezzi di me. Prima mi rubò il sonno, poi la voce, poi gli occhi di chi mi amava. E quando mi guardai allo specchio non riconobbi più chi stava chiedendo aiuto. Ero una regina senza regno, una bambina in mezzo alla guerra, con un cuore ancora acceso sotto chilometri di cenere. Mi prometteva il paradiso ogni volta che cadevo più giù, ma il paradiso non fa paura, non ti spegne lentamente, non ti insegna a dimenticare chi sei. E io non volevo morire… volevo soltanto smettere di soffrire.** Ho visto il mio riflesso diventare un estraneo nel vetro, ho visto le mie mani tremare come alberi durante una tempesta. Ho perso appuntamenti con la vita, compleanni, abbracci, mattine, ho lasciato sedie vuote a tavole che ancora mi aspettavano. E c’era sempre quella voce: “Ancora una volta.” Come una promessa sussurrata da qualcuno che conosceva esattamente dove colpire. Così ho costruito una prigione senza sbarre e senza mura, e la cosa più terribile è che avevo imparato a chiamarla casa. Poi una notte… nel silenzio più nero, ho sentito qualcosa battere. Non era la porta. Non era il vento. Era il mio cuore. E allora ho capito… che non ero morta. Ero nascosta. Sotto la paura. Sotto la vergogna. Sotto tutte le volte in cui avevo detto “non ce la faccio più.” C’era ancora una ragazza con gli occhi pieni di domani. Piccola. Distrutta. Ma viva. Mi ha detto: "Alzati. Non devi tornare quella di prima. Devi diventare quella che non sapevi di poter essere.” E allora ho strappato il cielo alla notte, ho dato fuoco alle mie paure, ho lasciato il re senza corona e il buio senza più potere. Ho raccolto le mie ossa come reliquie di una guerra, ho baciato ogni cicatrice e l’ho chiamata finalmente vita. Non sono quella che hai distrutto, non sono il nome delle mie cadute, non sono le notti che mi hanno inghiottita, né le promesse che mi hanno tradita. Sono quella che è tornata. Sono quella che respira. Sono quella che, quando tutto sembrava finito, ha scelto ancora di esistere. E se il buio un giorno tornerà a chiamarmi… non gli risponderò. Perché adesso conosco la strada. Ho attraversato l’inferno con i piedi nudi… e dall’altra parte ho trovato me. Non mi hai salvata. Mi sono ripresa.